5 giugno 2018

Il peso dei silenzi e delle parole sulla morte di Sacko Soumayla di Sergio Cararo

Le parole pesano, ma pesano anche i silenzi. Come macigni. Le parole per quello che possono innescare, i silenzi per quello che possono nascondere.
L’uccisione di Sacko Soumayla, giovane migrante maliano di 29 anni, attivista sindacale tra i braccianti del vibonese, pesa come una montagna sul clima politico e civile nel nostro paese.
Pesano le parole di un ministro degli Interni che non sembra aver compreso come le sue responsabilità – oggi – siano diverse e superiori di quelle di quando era solo un leader dell’opposizione. E se un ministro, parlando di immigrati, afferma che adesso “è finita la pacchia”, crea lo spazio di legittimazione per cui l’ultimo scemo del villaggio o, ancora peggio, un animale raziocinante, si sente legittimato a sparare e ricaricare un fucile per sparare ancora contro “quelli lì”. Quelli per cui “la pacchia è finita”.
Era già accaduto meno di
quattro mesi fa a Macerata, si è ripetuto adesso nelle campagne di Vibo Valentia, dove “quelli là” lavorano nei campi, spesso per 3 euro l’ora, e vivono nelle baraccopoli in cui diventa preziosa anche una lamiera da recuperare in una fornace abbandonata da decenni.
Le parole pesano, e più si hanno responsabilità politiche più pesano; più hanno il potere malsano di innescare un clima pericoloso di caccia agli immigrati, fino a ieri evocata ma circoscritta e formalmente contrastata.
Ma non pesano solo le parole, pesano anche i silenzi. Solo che hanno un peso totalmente differente. E’ pesante come un macigno il silenzio nei campi del vibonese disertati dai braccianti per lo sciopero di protesta convocato contro l’assassinio di Sacko Soumayla. Ma è un silenzio carico di rabbia e dignità.
E’ invece privo di dignità, totalmente indecente, il silenzio del governo e della “politica” sull’uccisione di Sacko Soumayla. E’ indecente il perdurante silenzio dei mass media, nonostante dopo le prime versioni da mattinale – sparatoria per un furto – la forte denuncia dell’Usb, il sindacato di cui Sacko era attivista, abbia da subito fornito una versione diversa dell’accaduto. Quella vera, con tanto di testimoni.
Poi ci sarebbe il silenzio del rispetto dovuto davanti ad una tragedia umana. Un atteggiamento che sembra uscire macellato dal livore razzista che trasuda da molti commenti, anche su quelli ricevuti in queste ore dal nostro giornale e ai quali risponderemo colpo su colpo, e per le rime.
In questa società in cui abbondano parole stolte e silenzi indecenti, non arretreremo di un millimetro dal nostro lavoro di informazione e denuncia. Ci sono alcuni princìpi per i quali ogni mezzo è valido: combattere il razzismo, nella società come nelle istituzioni, è uno di questi.
Lavoreremo per spezzare questo ignobile connubio tra parole sparate a casaccio e silenzi vergognosi, a cominciare dalla manifestazione del prossimo 16 giugno.
Nata per mettere in primo piano la “questione sociale” delle disuguaglianze e delle promesse mai mantenute da chi arriva al governo, la manifestazione del 16 giugno sarà anche un grido collettivo per dire: “Mai più” per vicende come l’uccisione di Abd el Salam ad un picchetto operaio, la caccia agli immigrati a Macerata, l’assassinio di Sacko Soumayla.