5 gennaio 2018

L’Iran deve legalizzare un Partito operaio prima che sia troppo tardi Stefano Zecchinelli • 4 gennaio 2018 •


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Foto: Pars Today (da Google)
La ‘’rivoluzione colorata’’ iraniana – come avevo previsto – non è durata più di tre giorni; i provocatori e i teppisti sono stati identificati e isolati. Di chi si trattava? Dei soliti noti, dall’MKO ai servizi d’intelligence israeliani e sauditi, cellule ‘’dormienti’’ che da anni attentano alla sicurezza nazionale della Repubblica Islamica. Messo in chiaro ciò, la domanda resta: il popolo iraniano accetterà il neoliberismo della borghesia del bazar? La risposta è no.
Di fronte alle manifestazioni, inizialmente spontanee (quindi prima che i violenti presero il sopravvento), il vicepresidente, Eshaq Jahangiri ha accusato i ‘’principalisti’’ (sostenitori della linea khomeinista) di aver manovrato il movimento di protesta. La Rete Voltaire, che da anni sostiene la Rivoluzione degli oppressi sciita, ci ha ricordato, rompendo con le imprecisioni dei mass media, come ‘’Jahangiri è stato egli stesso uno degli organizzatori della rivoluzione colorata pro-USA del 2009, in quanto membro della squadra elettorale di Mir-Hossein Musavi’’. Da chi era composto il movimento e per quali ragioni s’è sollevato contro Rohani? Nelle strada si sono viste diverse sensibilità politiche, dai ‘’principalisti’’ ai socialisti i quali privi d’un partito politico di riferimento sono stati ben presto scalzati dalla frange teppistiche della destra controrivoluzionaria facendo a pezzi le rivendicazioni popolari. Oggi l’ayatollah Khamenei ha messo in risalto – la cosa è stata confermata anche dal sociologo James Petras – che il popolo iraniano sostiene il carattere sciita dello Stato rivoluzionario, ma dire ‘’il popolo iraniano vuole lo sciismo politico quindi è favorevole ad un governo teocentrico’’ non è una dichiarazione di fede verso Rohani. Qual è la politica dei ‘’riformisti’’? Il giornalista Davide Rossi scrive: ‘’Ai primi di dicembre il governo del presidente Rohani annuncia che per il nuovo anno persiano, che inizia il 21 marzo 2018, saranno eliminati i sussidi per un quinto della popolazione e aumentati i prezzi di svariati prodotti di base per lungo tempo calmierati, in più il costo della benzina balzerà a +70% e le bollette di luce e gas a +40%. Verranno triplicate le multe stradali, la tassa per recarsi all’estero passerà da 14 a 44 euro per il primo viaggio e a 88 euro per i successivi. L’accordo sul nucleare con Trump è naufragato, le sanzioni restano, gli investimenti stranieri non arrivano, tutto questo si riverbera in un drammatico aumento dell’inflazione e della disoccupazione’’ 2. Continua Rossi: ‘’Giovedì 28 dicembre a Mashad operai, piccoli commercianti, pensionati, tutti fedeli alla Rivoluzione e legati, più ancora che all’ex presidente Ahmadinejad, al conservatore Ebrahim Raisi, candidato contro Rohani alle ultime elezioni, nonché responsabile del mausoleo cittadino dell’Imam Reza, uno dei luoghi più sacri dello sciismo, scendono in piazza contro il governo, fraternizzando in piazza coi pasdaran’’. Le richieste sono chiare – contrarietà alle privatizzazioni ed aumento dei salari – ma lo
sciovinismo in politica estera – abbandono dei siriani e dei palestinesi – è un segnale pericoloso: il nazionalismo è un campanello d’allarme, l’Islam politico alla prova della rivoluzione non è, com’era prevedibile, riuscito a rimuovere le sue contraddizioni più gravi.
Nel 1979, davanti alla rivolta antimperialistica iraniana, l’allora segretario del Partito comunista dell’Unione Sovietica, Leonid Breznev, diede delle corrette direttive: ‘’Di carattere particolare è la rivoluzione in Iran, che è diventata un avvenimento importante nella vita internazionale di questi ultimi anni. Nonostante la sua complessità e le sue contraddizioni, si tratta nella sua sostanza di una rivoluzione antimperialista, benché la reazione interna ed esterna cerchino di mutare questa sua caratteristica. Il popolo iraniano cerca una sua via verso la libertà e la prosperità. Noi gli auguriamo sinceramente successo e siamo pronti a sviluppare con l’Iran buoni rapporti sulla base della parità dei diritti e, naturalmente, della reciprocità. Negli ultimi tempi in alcuni paesi dell’Oriente vanno intensificandosi gli slogan islamici. Noi comunisti rispettiamo le convinzioni religiose di quanti professano l’islam, come anche le altre religioni. L’essenziale è lo scopo perseguito dalle forze che proclamano questi o quegli slogan. Sotto le bandiere dell’islam può svilupparsi la lotta di liberazione, e lo dimostra l’esperienza della storia, compresa quella più recente. Ma la storia dice che gli slogan islamici sono inalberati anche dalla reazione che solleva insurrezioni controrivoluzionarie. Quindi tutto sta nel contenuto reale di questo o quel movimento ’’ (AA.VV., Da Brežnev ad Andropov: la politica estera sovietica, Teti Editore, 1983, p. 16). Il dogmatismo anti-religioso del Tudeh (Partito comunista iraniano), poi sottoposto a delle selvagge repressioni, non impedì a Breznev di continuare a sostenere politicamente Khomeini contro l’imperialismo USA ed il sionismo, non ottenendo dalla controparte i dovuti riconoscimenti. Per quale ragione? Qual è la contraddizione principale dell’Iran? I problemi sono, in estrema sintesi, due:
  • Il marxista Mohamed Hassan, nel 2009, mise in risalto le manovre della borghesia del bazar la quale appoggiò la rivoluzione: ‘’Le persone provenienti dalla borghesia del Bazar videro nella rivoluzione un’opportunità di utilizzare il capitale di Stato per fare un sacco di soldi. E oggi qualcuno di loro è miliardario! I riformisti come Moussavi, Rafsandjani o Khatami provengono da questo gruppo. Li si chiama «riformisti» non perché hanno idee progressiste ma perché vogliono cambiare il sistema economico attuale, riducendo l’intervento dello stato e lasciando più spazio alle privatizzazioni. Questo permetterà a qualcuno di loro di diventare ancora più ricco poiché l’Iran rappresenta un enorme mercato. Questa era la posta in gioco principale delle ultime elezioni e come si è già detto la maggior parte degli iraniani che beneficiano dell’intervento dello stato hanno scelto Ahmadinejad invece del «riformista» Moussavi’’ 3. Domanda: la fazione bazarista ha vinto? E se così fosse (io, personalmente, ne dubito), cosa resterebbe dello Stato antimperialista?
  • L’Iran continua a mantenere – malgrado la mia ultimissima domanda – un orientamento geopolitico progressista ed anti-sionista, ma si è configurato come uno Stato che, privatizzazione dopo privatizzazione, ha rimesso in discussione il Welfare State. La lotta fra i ‘’principalisti’’ ed i riformisti farà ridere l’occidente capitalista se nella dialettica interna ‘’sciita’’ non si inserirà, come forza alternativa, un Partito operaio della Rivoluzione Islamica il quale, con i mezzi legalmente consentiti, restituisca voce alle istanze dei ceti proletari. Ali Shariati si fece interprete di queste spinte, teorizzò l’abbattimento della dittatura (capitalista) dello Scià, ma la realpolitik l’ha gettato nel dimenticatoio.
L’Iran si è guadagnato il rispetto di tutti gli antimperialisti per il suo sostegno agli Hezbollah, alla Siria baathista ed alla Resistenza palestinese, ma concorse con i neocolonialisti nella distruzione della Serbia guidata dal socialista Milosevic. Questo non deve essere rimosso. La dialettica interna alla Repubblica Islamica è vivace, ma le istanze popolari rischiano d’essere manipolate (come è avvenuto in questi giorni) senza un ritorno alla eredità di Sultan Galiev, Frantz Fanon ed Ali Shariati. La soluzione non sta – al contrario di quello che pensa Rohani – nell’economia di mercato, nei capitali e nell’iniziativa economica privata. Una politica peggiore, soprattutto per una nazione giovane, non potrebbe esserci.